Contratti Diritto del lavoro — 13 marzo 2013

Spetta esclusivamente al datore di lavoro stabilire se effettivamente ci sia bisogno di prestazioni a tempo parziale e se le richieste avanzate in tal senso dai dipendenti rispondano alle esigenze aziendali. Si tratta, quindi, di un potere discrezionale il cui esercizio non è sindacabile dal dipendente.

Questo è quanto in sintesi affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9769 del 2011 che sottolinea come la posizione del lavoratore aspirante alla trasformazione del proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale non possa essere qualificata in termini di diritto soggettivo, nel senso che, ricorrendo una delle fattispecie indicate nell’accordo aziendale integrativo, il lavoratore abbia senz’altro diritto alla concessione del part time.

Se da un lato è vero che va escluso il diritto del dipendente a sindacare le decisioni del datore di lavoro in ordine alla sussistenza o meno delle esigenze organizzative e produttive compatibili con prestazioni rese in regime di tempo parziale dall’altra, si legge nella sentenza, “si può ravvisare in capo al dipendente una posizione di diritto soggettivo suscettibile di tutela risarcitoria relativamente alle modalità di esercizio di quel potere, e, quindi, relativamente al potere del datore di scegliere a chi accordare il part-time tra quei dipendenti che ne abbiano fatto richiesta”.

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